Cos’è un Bridge in DeFi

I bridge sono essenziali per la DeFi ma sono anche estremamente rischiosi a causa della loro complessità.

L’evoluzione del mondo crypto

Dal rilascio di Bitcoin, la prima blockchain della storia, l’evoluzione all’interno del mondo crypto è stata incredibile e ha portato, soprattutto negli ultimi anni, alla creazione di un ecosistema estremamente ampio e complesso.

Ogni giorno nascono nuove blockchain all’interno del mondo crypto e la tentazione di provarle tutte è sempre molto alta.

Ma come si fa a spostare i fondi fra una blockchain e l’altra all’interno della DeFi?

Tramite, ovviamente, l’utilizzo di bridge!

L’approfondimento di oggi vuole essere una guida al mondo dei bridge della DeFi, evidenziando pro e contro di queste soluzioni che sono un tassello fondamentale di questo settore.

Cos’è un Bridge?

Un bridge, ovvero un “ponte”, è un sistema che, esattamente come ci suggerisce il nome, ci permette di connettere due cose divise.

Nel mondo reale i ponti servono per connettere due pezzi di terra divisi magari da un fiume, nel mondo crypto i bridge ci permettono di trasferire le nostre criptovalute fra le varie blockchain.

Se abbiamo, per esempio, 1 ETH sulla blockchain di Optimism e vogliamo trasferirlo sulla blockchain di Arbitrum, allora dovremmo utilizzare per forza un bridge (o un exchange centralizzato come intermediario, ma non ve lo consigliamo).

Di bridge ne esistono a centinaia all’interno della DeFi e tutti utilizzano tecnologie diverse.

Partiamo però dall’inizio e cerchiamo di capire il perché esistono questi bridge.

La necessità di interoperabilità

Ad oggi il mondo DeFi è costellato da centinaia e centinaia di blockchain, alcune più importanti come Ethereum, Solana, Arbitrum mentre altre nuove e ancora praticamente sconosciute come per esempio FraxTal, Kava oppure StarkNet.

Dobbiamo pensare ad ogni blockchain come a un piccolo pianeta abitato, dove sono disponibili diverse dApp e dove un determinato numero di utenti opera quotidianamente.

Ma cosa succede se uno di questi utenti ha la necessità di cambiare pianeta, ovvero migrare i suoi fondi su un’altra blockchain?

Senza i bridge questo non sarebbe possibile, il che capiamo subito, limiterebbe tantissimo lo sviluppo e la crescita di tutto questo settore.

Vi è dunque una necessità di interoperabilità fra le varie blockchain ed è qui che entrano in gioco i bridge.

Una prima grande divisione

Se l’obiettivo comune di tutti i bridge è lo stesso, ovvero facilitare il trasferimento di crypto, NFT o qualsiasi informazione, da una blockchain all’altra, una prima macro divisione va fatta in base alla filosofia di costruzione di questi, che possono essere sia centralizzati che decentralizzati:

Bridge centralizzati

Questi si affidano a un’entità centrale per le loro operazioni, richiedendo dunque agli utenti uno sforzo di fiducia rispetto a questo intermediario che gestirà i fondi durante il trasferimento.

Questa tipologia di bridge è spesso utilizzata dagli utenti meno esperti in quanto semplifica il processo di bridging, ma introduce un punto di vulnerabilità dovuto alla centralizzazione del controllo.

Questi bridge sono dunque tendenzialmente economici ma abbastanza rischiosi.

Un esempio? Il bridge Multichain; questo era leader del mercato fino a circa 1 anno fa, e poi è fallito a causa di una frode portata a termine dai fondatori.

Bridge decentralizzati

Al contrario, i bridge definiti “trustless” eliminano la necessità di una terza parte centrale grazie all’impiego di smart contracts.

In questo modello, la sicurezza e la custodia dei fondi restano nelle mani degli utenti, riducendo dunque significativamente i rischi associati alla fiducia in entità centralizzate.

Questi bridge sono dunque tendenzialmente abbastanza sicuri ma anche un po’ più costosi rispetto a quelli centralizzati.

Un esempio è sicuramente il bridge Stargate oppure cBridge, entrambi disponibili su decine di blockchain.

Come funzionano praticamente i bridge

Anche qui esistono diverse filosofie di costruzione in base alla specifica operazione di bridge che si vuole soddisfare.

Iniziando ad affrontare l’argomento ad alto livello, cerchiamo di capire come avviene praticamente, per esempio, il trasferimento di 1 ETH fra due diverse blockchain.

Simuliamo per esempio un trasferimento da Optimism ad Arbitrum.

Prendiamo il bridge Stargate come esempio per eseguire questo trasferimento.

Dal punto di vista dell’utente finale, l‘operatività è molto semplice e simile fra tutti i bridge.

Nella maggior parte dei casi, si troverà di fronte a una schermata come quella qui riportata:

Nella sezione superiore, dove c’è scritto “FROM“, va selezionata la blockchain di partenza sulla quale sono i fondi che si vogliono trasferire. In questo caso abbiamo selezionato Optimism e abbiamo inserito 1 ETH.

Nella sezione inferiore, dove c’è scritto “TO“, va selezionata la blockchain sulla quale si vogliono ricevere i fondi, in questo caso abbiamo selezionato Arbitrum.

Come vedete, non riceveremo 1 ETH preciso, ma un po’ di meno, in quanto ovviamente Stargate, come tutti gli altri, applica delle commissioni ogni volta che si effettua un trasferimento.

Una volta selezionati tutti i parametri basterà cliccare su “execute operation” e la transazione partirà.

Una suddivisione più tecnica

Andiamo ora più nel dettaglio e capiamo quali diverse tipologie di bridge esistono in base a come gestiscono tecnicamente le varie crypto al momento del trasferimento degli asset.

Lock & Mint

I bridge che rientrano in questa categorizzazione sono quelli che bloccano la crypto sulla catena di origine e mintano (ovvero creano) una versione uguale, spesso chiamata versione wrappata, della stessa moneta sulla catena di destinazione.

L’esempio migliore in questo caso è sicuramente WBTC, ovvero il token che rappresenta BTC all’interno dell’ecosistema EVM.

Burn & Mint

Questi bridge hanno un funzionamento abbastanza diverso nel senso che al momento del trasferimento distruggono la crypto sulla catena di origine e ne creano una versione speculare sulla catena di destinazione.

Multichain, prima di fallire, era uno dei bridge che utilizzava questo sistema.

Atomic Swap

Infine, abbiamo la categorizzazione “Atomic Swap”, dove rientrano quei bridge che scambiano la crypto sulla catena di origine con la stessa crypto già depositata sulla catena di destinazione. Quasi tutti i bridge decentralizzati utilizzano questo sistema, che prevede dunque dei liquidity providers che depositano la loro liquidità nelle varie pool sulle varie blockchain.

Un esempio su tutti in questa categoria è quello di cBridge.

I rischi dei bridge

I bridge sono estremamente utili nella DeFi ma sono anche altrettanto rischiosi.

Data la loro struttura di pool e smart contracts, che è molto complicata in quanto sviluppata su più blockchain, sono sicuramente una delle tipologie di dApp più rischiose e maggiormente attaccate dagli hacker.

Il rischio principale è proprio quello di un attacco informatico agli smart contracts e la breve storia della DeFi è piena di attacchi di questa tipologia.

Wormhole, per esempio, il bridge del quale vi abbiamo parlato qualche giorno fa dato il recente airdrop, nel 2022 è stato attaccato da un hacker e ha perso oltre 300 milioni di controvalore in differenti asset.

Tutti quei bridge che invece hanno una struttura non totalmente decentralizzata e che si affidano a router di scambio centralizzati hanno sicuramente dei rischi di custodia degli asset e il caso prima riportato di Multichain ne è l’esempio perfetto.

Questo contenuto è frutto del lavoro di persone che amano il mondo Crypto. Seguici sui nostri canali!
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